Smith non delude mai, o quasi: anche questa quinta raccolta di opere del poeta californiano – intitolata Xiccarph dal nome del pianeta su cui sono ambientati i primi due racconti – è solida e racchiude diverse storie che è un autentico piacere leggere, come appunto le due che aprono il volume («Il labirinto di Maal Dweb» e «Sirene floreali») ed una delle tre marziane, «Le cripte di Yoh Vombis», anche se in generale le storie che si svolgono sul pianeta rosso non sono tra le migliori della raccolta. Come suggerisce il suo stile, Clark Ashton Smith non era uno scrittore di fantascienza.
La forza di Smith sono infatti le descrizioni, lo stile solitamente pesante per cui ogni sostantivo è sempre accompagnato da almeno un attributo che serve a stuzzicare almeno uno dei cinque sensi: Smith sa giocare con le parole e così sfrutta l’aggettivazione per costruire l’atmosfera e creare scenari ora esotici, ora esoterici, ora alieni, ora – più semplicemente – decadenti che però servono ad accendere l’immaginazione del lettore.
Solitamente parte da un’idea abbastanza solida, le aggancia un finale spesso negativo e poi infila nel mezzo una serie di descrizioni e situazioni il cui fine principale è costruire l’ambiente e suscitare aspettativa nel lettore, con un pizzico di ansia crescente per le sorti del protagonista: in generale i suoi racconti sono dei piccoli capolavori di stile che richiedono una certa concentrazione per essere apprezzati fino in fondo.
Certo, scriveva per vivere e quindi allungava i suoi scritti con parole e scene superflue solo per guadagnare qualcosina in più da ogni racconto pubblicato: ciononostante, nell’insieme sapeva farlo con molto buon gusto, come dimostra il suo stile ricco, barocco, ridondante. Il disprezzo che, pare, Asimov provava per Smith («che – scriveva quegli – non ho mai ammirato, neppure quando ero giovanissimo e l’errore sarebbe stato perdonabile») è in realtà una garanzia di gradimento per chiunque non tolleri lo stile, le idee e la presunzione del mostro sacro della fantascienza.
Solo gli ultimi racconti della raccolta sono davvero trascurabili.
I commenti alle precedenti raccolte di Smith si trovano qui: Il destino di Antarion, La Venere di Azombeii, Le metamorfosi della terra, Hyperborea.
I racconti
Come di consueto, riassumo di seguito le trame dei racconti contenuti nella raccolta.
Il labirinto di Maal Dweb (The Maze of Maal Dweb, 1938)
Un tale si intrufola nel palazzo e nel labirinto (vegetale) che dà il titolo al racconto per liberare la bella del villaggio, rapita dal mago che lo ha creato: quando sta per raggiungerla, la ragazza viene pietrificata dallo stesso incantesimo che aveva già colpito tutte le altre vittime dello stregone incontrate dal protagonista lungo il cammino. L’eroe stesso viene poi tramutato dal Maal Dweb in uno degli uomini scimmia che popolano il labirinto: solo che, annoiato, lo stregone, blocca la metamorfosi quando al protagonista di umano rimane solo la testa. A questo punto, divenuto una creatura semiumana, lo lascia libero di esplorare il labirinto. Bellissimo. (6/7)
Sirene floreali (The Flower-Women, 1935)
Deciso a sperimentare ancora quel pericolo che ormai non vive più da tempo, Maal Dweb, lo stesso mago del racconto precedente, si teletrasporta sul più esterno dei pianeti che controlla, dove incontra le donne cespuglio vampire e ne diviene amico: da esse viene a sapere che sette uomini rettile di cui aveva ignorato l’esistenza sino a quel momento, tutti stregoni, controllano quelle terre. Li sconfiggerà con l’aiuto della pochissima magia che aveva portato con sé, facendoli regredire nuovamente allo stato di serpenti. (6)
Vulthoom (Vulthoom, 1935)
Due tali, spiantati e bloccati su Marte, accettano di seguire il servitore di un misterioso padrone marziano: si scoprirà che questi è Vulthoom, il dio infernale, in realtà una creatura di un’altra dimensione, che vuole acquisire la collaborazione dei terrestri per invadere la terra. I due dapprima cercano di fuggire poi, resisi conto che non c’è scampo dai labirinti sotterranei di Vulthoom e dei suoi seguaci, accettano di buon grado la morte: rompono tre taniche in cui è contenuto un gas che fa dormire per mille anni chi lo respira e così addormentano tutti nelle caverne del demone marziano. Tuttavia, mentre Vulthoom ed i suoi seguaci hanno una vita lunghissima, gli umani sono condannati a morire mentre dormono: col loro sacrificio hanno solo rallentato i piani dell’invasore. (5)
I figli dell’Abisso (The Dweller in the Gulf, 1933)
Sempre su Marte, tre cercatori di tesori si rifugiano in una grotta per sfuggire ad una tempesta di sabbia. Vengono così catturati dagli adoratori di una creatura delle profondità, l’Abitatore: questi, resi ciechi dai tentacoli dell’essere che strappa loro gli occhi, vivono nell’oscurità delle caverne e di quando in quando vengono divorati dall’Abitatore. Tra questi figli degenerati degli antichi marziani i tre trovano anche un umano, anch’egli catturato molto tempo prima: infine i protagonisti riescono a fuggire ma prima di uscire all’aperto vengono ripresi dall’Abitatore, che con le sue due proboscidi strappa loro gli occhi, come fa con tutti i suoi adoratori, e poi li riconduce nelle caverne insieme con gli altri. (6)
Le Cripte di Yoh-Vombis (The Vaults of Yoh-Vombis, 1932)
Una spedizione archeologica nelle rovine di un’antica città marziana che, si dice, è stata sterminata da una muffa finisce malissimo: involontariamente gli archeologi risvegliano una sorta di cappuccio sanguisuga che libera migliaia di altre creature identiche ed assieme fanno strage degli archeologi. Questi cappucci si attaccano alla testa della vittima ed iniziano a divorare capelli, pelle, osso e cervello. Un archeologo riesce a mettersi in salvo strappandosi via il cappuccio col coltello: ma il contatto con l’essere l’ha come reso schiavo dell’Uno, l’origine di queste creature; così, impazzito, fugge dal manicomio in cui era stato ricoverato, per raggiungere il suo destino. (7)
Il Demone del fiore (The Demon of the Flower, 1933)
Su un pianeta dove tutte le piante sono velenose, ve n’è una immortale che sembra comandare sulle altre ed ha in soggezione la popolazione umana: quando la scelta della vittima per il sacrificio annuale di un sacerdote o di una sacerdotessa alla pianta demoniaca cade sulla sua amata, il re cerca e trova un’entità leggendaria, dalla quale apprende come uccidere la pianta. Ne segue le istruzioni ma il demone che la abitava riesce comunque prendere possesso della donna e, condottala all’aiuola che occupava in precedenza, la trasforma perché assuma la forma della pianta uccisa. (5/6)
Il mostro della profezia (The Monster of the Profecy, 1932)
Il mostro della profezia è un poeta spiantato che sta per suicidarsi: salvato e condotto sul proprio pianeta da uno scienziato del sistema di Antares, viene usato (e prima informato) come strumento per detronizzare il re attuale, come profetizzato da un antico santone, che previde l’arrivo di un mago con un mostro di forma umana (gli antaresiani hanno cinque braccia, tre gambe, tre occhi e parecchie altre differenze dagli umani). Ma anche questo scienziato cade in disgrazia davanti al popolo e fugge: il poeta, rimasto senza protettore, viene catturato dall’inquisizione locale, che ne giudica la forma mostruosa un’offesa alla dea madre, da cui si crede che tutto derivi. Torturato, viene salvato da una meteorite, che distrugge la sede dell’inquisizione durante il suo supplizio: l’uomo fugge ed è salvato dagli abitanti di un altro regno, che non è così soggetto alla scienza e alla religione. Nel suo soggiorno si innamora, ricambiato, dell’imperatrice: la scintilla che fa scoppiare l’amore sono le poesie che scoprono di aver scritto, lei al sole, lui ad Antares. (5)
La Città Fantasma (The Primal City, 1934)
Il narratore ed un suo amico, attratti dal soprannaturale, hanno scoperto dove si trova la città dei primi abitatori della terra (probabilmente nel Sud America). La trovano ma mentre salgono il picco su cui poggiano i resti della città, che si dice sia stata distrutta dai fulmini, vengono attaccati dalle nuvole: solo il narratore si salva. (5)
Il paesaggio dei salici (The Willow Landscape, 1931)
Ad un cinese rimasto senza nulla tranne un antico dipinto di cui è innamorato viene permesso di entrare a far parte della scena che vi è riprodotta. (3)
La Gorgone (The Gorgon, 1932)
Nella Londra odierna un tale viene invitato da un vecchio sgradevole a vedere l’autentica testa di Medusa: la stanza in cui è contenuta è zeppa di statue. Il protagonista riesce a resistere la tentazione di guardare la testa senza l’aiuto dello specchio ma viene forzato dal vecchio a fissarla: nella lotta che segue, il vecchio inciampa e cade, finendo lui pietrificato. Il tale fugge. (5)
Sadastor (Sadastor, 1930)
Un demone cerca di consolare una lamia raccontandole della triste fine di una sirena che ha conosciuto su un pianeta moribondo. Conclude così: «Ed io ti ho raccontato questa storia affinché tu ti possa consolare, pensando ad una situazione infinitamente più dolorosa e irrimediabile della tua». Noiosa. (4)
Dalle cripte della memoria (From the Crypts of Memory, 1917)
Descrizione di ambientazione, un appunto per un’opera più ampia che ha il sapore dei viaggi onirici di Lovecraft. Pattume. (2)
Sono uno di quelli che detesta Asimov e adora Clark Ashton Smith, sebbene il mio non sia irrazionalismo puro. Esiste un motivo puramente filogenetico per giustificare questa dicotomia autoriale ?
Probabilmente sì: l’Asimov che scrive fantascienza è ben diverso dall’Asimov che commenta o introduce opere di terzi. Ed è proprio in questa seconda veste che il nostro riesce insoffribile: probabilmente entrambi abbiamo letto troppi dei suoi commenti.
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