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Edmond Hamilton – Le Stelle del silenzio (Starwolf 3)

Degnissimo finale di un bel ciclo, quello del Lupo dei Cieli di cui già si è scritto (qui e qui), «Le Stelle del silenzio» di Edmond Hamilton («World of the Starwolves», 1968) condensa tutto il meglio della space opera: avventura, azione, senso del meraviglioso, ambientazioni lussureggianti e pure alcune scene memorabili, come l’avvicinamento della flotta pirata al pianeta dei cattivi mentre sullo sfondo interi pianeti (pianeti interi!!!) vengono fatti esplodere dai malvagi difensori nel vano tentativo di fermare gli invasori. Una scena cinematografica, resa molto bene anche in italiano, che perciò merita di essere trascritta:

Una fiamma infernale cancellò l’intero universo, alla loro destra. Un piccolo pianeta era esploso come una nova incandescente, da quella parte, ma quando i loro occhi accecati riuscirono a vedere di nuovo, scoprirono, grazie ai radar, che la colonna non era stata sfiorata, e continuava la sua avanzata.
E poi altri pianeti morti, e dei satelliti spenti, cominciarono a esplodere, e tutto il cosmo parve riempirsi delle fiamme titaniche. (…)
Pareva di avanzare su una grande distesa di lava, illuminata dai bagliori dei fuochi vulcanici, pensò Chane. (…)
Scosse dal lontano riverbero delle esplosioni, percosse dai cicloni siderali che si scatenavano improvvisamente dopo ogni fiammata, le astronavi dei Lupi dei Cieli continuarono ad avanzare. Dei pianeti morti, troppo lontani per riuscire pericolosi, esplosero in accecanti vampate di pura energia.
Chane pensò che i Qajars dovevano avere veramente paura dei Lupi dei Cieli, per tentare di spaventarli e di farli tornare indietro con questo olocausto di mondi. Ma ci voleva molto per spaventare un varniano.

Le Stelle dei Qajars
La storia è abbastanza movimentata ma può essere riassunta per sommi capi: Chane, il protagonista, convince Dilullo (l’altro protagonista della serie) ed altri mercenari ad intraprendere una nuova missione, che consiste nel recuperare le «Stelle del silenzio» eponime, una quarantina di gemme artificiali che non solo riproducono gli astri più luminosi della galassia ma fluttuano anche nell’aria, riproducendo lo stesso movimento dei soli che rappresentano ed emettendo al tempo stesso una musica celestiale, capace di rapire chiunque l’ascolti. In buona sostanza, sono quanto di più prezioso si possa trovare nell’universo: eppure la ricompensa per chi le recupera è di soli due milioni di dollari, appena il quadruplo di quanto, nel precedente volume, la Commerciale Ashton aveva pagato i mercenari per rintracciare il fratello del presidente. O le Stelle valgono molto meno di quanto si dice o il presidente della suddetta multinazionale attribuisce un valore spropositato ai legami di sangue.
Ad ogni buon conto, le Stelle sono state rubate dai Lupi dei Cieli varniani in una loro recente scorreria e si dice siano state vendute a diversi acquirenti attraverso un ricettatore che si trova su Mruun, il pianeta dei ladri: Chane, egli stesso un ex predone di Varna, conosce bene l’individuo e, con un pizzico di determinazione, riesce a strappargli facilmente l’elenco degli acquirenti. Che, poche pagine dopo, si riduce ad un unico compratore: i crudeli Qajars, di cui nessuno ha mai sentito parlare, che vivrebbero all’ombra di una stella quasi spenta, in un ammasso di «stelle morte e mondi gelidi» ignorato persino dai pirati varniani.

Ritorno a casa
Questi Qajars hanno due soli divertimenti: infliggere torture e supplizi ai loro prigionieri ed ammirare le collezioni di opere d’arte che, con la complicità di predoni, ricettatori ed intermediari, hanno accumulato nei secoli. Proprio da uno di questi mediatori, Erin di Rith, che diventa al tempo stesso loro complice e carceriere, i mercenari apprendono che i Qajars si sono serviti di diversi agenti per acquistare in più lotti le Stelle trafugate e così tenerne basso il prezzo: suona come un espediente letterario ma questo vuole la trama.
Fingendosi inviati di Rith, Chane, Dilullo ed un orso umanoide raccolto per strada si avvicinano al pianeta dei Qajars per studiarne le difese e le camere dei tesori (già fotografate da Rith in un precedente viaggio sul pianeta) ma vengono subito scoperti e colpiti da un raggio del dolore che mette al tappeto tutti e tre: tuttavia, guidato dalla ferrea volontà di Chane, l’orso – più robusto – riesce a pilotare la nave lontano dal sistema, fino a Rith ed al «lussuoso stile barbarico» del loro ospite.
Dilullo, già vecchio, stenta a riprendersi dall’esperienza: deciso a farla pagare ai Qajars, Chane – che gli è affezionato – torna su Varna, ben consapevole che il clan del Lupo dei Cieli che aveva ucciso appena prima dell’inizio del primo libro della serie vuole il suo sangue; tuttavia gioca bene le sue carte e, proponendo una scorreria sul pianeta dei Qajars, riesce a ritardare la faida, mettendosi sotto la protezione del Gran Consiglio che governa i varniani, almeno finché la scorreria non si sarà compiuta. Per sé reclama un unico tesoro che non si perita di descrivere e promette di lasciare tutto il resto ai Lupi.
In questo modo Hamilton ha l’occasione per descrivere uno spaccato della vita, dello spirito ed anche delle relazioni personali degli abitanti di Varna, una rivelazione attesa ma saggiamente centellinata per due volumi e mezzo: alla fine non è niente di particolarmente avvincente od ingegnoso (ricorda un sistema feudale ammodernato) ma abbastanza interessante per farsi un’idea di come vivano quei Lupi dei Cieli che, sin dalla prima pagina, sono sempre stati sullo sfondo di tutte le storie ma senza mai mostrarsi al lettore.
Chane – moralmente ambiguo ma tendente al bene – guida la spedizione, che ha successo, e con l’astuzia riesce a sfuggire sia il tradimento sia la faida del clan varniano, mettendosi al sicuro con le Stelle.
Il resto del libro è il piano brillante con cui l’eroe, nascosti i gioielli, riesce a far liberare quasi sulla parola Dilullo e gli altri mercenari «ospiti» di Erin e poi a saldare il debito con Erin stesso.

Una space opera deliziosa
Come mostrato, questo terzo volume della serie offre pagine di squisita space opera: mi spingerei quasi a dire che è il più avvincente della serie, se non altro perché a metà storia vengono introdotti un paio di imprevisti – il ritorno di Chane su Varna e la permanenza forzata dei mercenari su Rith – che rendono l’esito della vicenda un po’ meno scontato. La trama del primo libro, altrettanto creativa, è invece un po’ più lineare mentre il secondo volume, come rilevato nel relativo commento, tira un po’ troppo per le lunghe le parti meno interessanti per sorvolare sul finale, che sarebbe ben più avvincente.
Nell’insieme, nonostante gli alti e bassi, la serie del Lupo dei Cieli è consigliatissima a chiunque ami la space opera e quella fantascienza un po’ datata che non si curava tanto di mostrarsi corretta ed inclusiva quanto di appassionare e narrare storie belle e solide, ricche di quel senso del meraviglioso e di speranza nel futuro che invece mancano completamente dal piatto panorama della narrativa contemporanea.

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