I migliori dieci

Le migliori dieci astronavi di sempre

Da appassionato di fantascienza – e, più propriamente, di space opera – non riesco a resistere al fascino di una bella astronave: non di quelle moderne però, dalle forme aggressive ma anonime, e nemmeno di quelle di ispirazione giapponese, che invece paiono degli elettrodomestici.
No, le astronavi che mi hanno sempre attirato – e che ancora esercitano un fascino irresistibile su di me – sono quelle della vecchia scuola, sobrie, eleganti, dalle linee pulite, magari leggermente squadrate o anche solo pienotte: non importa se sono scientificamente inaccurate o del tutto impossibili, quello che davvero conta ai miei occhi è l’aspetto e, in misura minore ma non trascurabile, ciò che può essere riassunto con l’espressione inglese della «rule of cool», quella «regola dello stupendo» che dovrebbe servire d’ispirazione ai prodotti almeno della fantasia ma che purtroppo è annegata anch’essa nel mare del cattivo gusto imperante.
In tanti anni di consumo appassionato di libri, di film e telefilm, di illustrazioni varie tratte da questa o quella fonte ho avuto modo di passare in rassegna centinaia, forse migliaia di astronavi di diversa concezione: grandi e piccole, generazionali e più veloci della luce, «hard sf» e spaceoperistiche, gioielli dell’ingegno umano e reliquie di razze aliene, concretamente realistiche e decisamente fantastiche, a propulsione atomica o superscientifica e chissà quante altri tipi.
Di tutte queste però solo poche mi hanno davvero colpito ed ancora meno mi hanno affascinato al punto di meritare un posto in questa mia personalissima lista delle dieci migliori astronavi per aspetto, esclusivamente umane, che non tardo ulteriormente a pubblicare.

Aggiornamento: qui ho pubblicato anche la classifica delle dieci migliori “astronavicelle” di sempre, in altre parole i caccia, i trasporti ed i velivoli di dimensioni, autonomia e portata limitate; e qui la lista delle dieci astronavi più influenti di sempre.

1) La Cygnus del film «Il buco nero» (1979)
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Linea austera, angoli per lo più retti, tanto vetro, un aspetto nell’insieme sobrio e minaccioso: quando la si vede per la prima volta nel film, ricorda un’enorme serra illuminata a giorno; un momento più tardi fa venire in mente anche un palazzo sei/settecentesco tutto agghindato per ospitare una festa danzante.
Secondo alcuni ricorderebbe addirittura una cattedrale gotica: a mio parere questa similitudine è scorretta (l’uso del vetro alleggerisce mentre il gotico è sinonimo di pesantezza e solidità) ma è indubbio che nella Cygnus si possa trovare un’ispirazione di quello che diventerà poi il «gotico imperiale» di Warhammer 40.000 ed in particolare della flotta degli Space Marines.
Sia quel che sia, sin da quella prima inquadratura del «Buco nero» la Cygnus è diventata la mia astronave preferita: anzi, è l’astronave per eccellenza, quella a bordo della quale vorrei trovarmi se dovessi esplorare l’universo.

2 – La Saratoga del telefilm «Space: Above and Beyond» (1995)2-saratoga
Una scatola di scarpe o, meglio ancora, un parallelepipedo con una torretta di controllo ed un abbozzo di carena: non può esistere astronave più essenziale della Saratoga, l’orgoglio della flotta terrestre nella guerra con i Chigs del telefilm «Space: Above and Beyond», purtroppo di brevissima durata (una stagione, peraltro incompleta, e poi addio).
Sono queste le linee – pulite e squadrate – che apprezzo in un’astronave perché denotano non solo semplicità ma anche una personalità ed uno stile caratteristici: infatti, proprio grazie alla sua linea la Saratoga – come la Cygnus, nell’ambito delle navi civili – non potrà mai essere scambiata per una delle centinaia di astronavi tutte concettuali, spuntoni e aggressività passiva – ma anche tutte anonimamente identiche – che da un paio di decenni saturano gli schermi con le loro linee fintominimaliste ispirate ai telefonini più trendy.

3 – L’Aquila del telefilm «Spazio: 1999» (1975)
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Altra linea classicissima: l’Aquila è una delle astronavi più caratteristiche della fantascienza degli anni Settanta e, di conseguenza, della fantascienza di tutti i tempi, partendo dall’assunto che in quel decennio il genere ha dato il meglio di sé.
La sua linea è inconfondibile: bassa e allungata, con un muso conico dagli angoli smussati, due finestrini incassati per i piloti (ispirati probabilmente all’analoga prua della Icarus del Pianeta delle Scimmie) ed una struttura tubolare da cui spuntano quattro piedoni d’appoggio tozzi e fissi, che non possono nemmeno rientrare nel corpo della nave come un qualsiasi carrello d’atterraggio.
Nell’insieme l’Aquila ricorda più un mezzo da cantiere che una nave spaziale: ed in effetti inizialmente le Aquile erano veicoli da lavoro, utilizzate per spostare le scorie radioattive stoccate sulla luna, poi riadattate per svolgere ogni genere di compito.

4 – L’astronave senza nome di Chris Foss (anni Settanta)4-foss
Chris Foss sta alle astronavi come il panettone al Natale.
Amo le linee massicce, le forme squadrate, gli abbinamenti e gli schemi cromatici delle sue illustrazioni, che gridano fantascienza anni Settanta da ogni tratto: proprio per questo mi è stato quasi impossibile scegliere l’astronave che preferisco tra quelle disegnate da Foss, perché mi piacciono tutte e tutte incarnano l’essenza della fantascienza degli anni Settanta.
Alla fine però ho trovato in questa «Senza nome» la nave che cercavo: non solo è enorme e solida come piacciono a me ma è anche dipinta a scacconi neri e gialli, un altro motivo tipico di Foss, tutte ragioni che messe insieme rendono questa illustrazione un’aggiunta indispensabile a questo elenco.
La metropoli contemporanea che si estende in tutte le direzioni sullo sfondo, illuminata e trafficata, aggiunge un ulteriore motivo di attrazione: ricorda quelle utopie – o, meglio, distopie – tipiche della fantascienza degli anni Settanta che purtroppo hanno poi condotto al degrado del cyberpunk.

5 – La Interstellar Queen di Angus McKie (1975)
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Un’altra nave che ricorda per ispirazione le illustrazioni di Foss, la Interstellar Queen è comparsa in vesti differenti sulla copertina di almeno un libro (The Halcyon Drift di Brian Stablefort), sulle pagine di un gioco di ruolo (Terran Trade Authority) e pure sulla Grande enciclopedia della fantascienza, pubblicata nel 1980 dall’Editoriale Del Drago: si può quindi definire una nave di successo, anche se rimane sconosciuta ai più.
Personalmente la trovo affascinante nella sua linea improbabile, al tempo stesso massiccia e slanciata: modellata a forma di cigno, unisce un corpo tozzo con due ali appena abbozzate ad un lungo quanto inutile collo che termina col ponte di comando, a forma di testa di cigno, con tanto di becco. Sarà la sua forma fantasiosa ma l’insieme ha un che di elegante.
Dal manuale del gioco di ruolo si intuisce che la Interstellar Queen dev’essere anche molto grande: è una nave da crociera in grado di trasportare un migliaio di passeggeri, oltre al centinaio abbondante di membri dell’equipaggio.

6 – La Macharius di John Blanche per il gioco Battlefleet Gothic (1999)
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Le navi della flotta imperiale di Warhammer 40.000 sono quelle cattedrali gotiche volanti che la Cygnus, nonostante alcuni pareri discordi, proprio non può essere: i testi di contorno dell’ambientazione informano che queste navi possono superare i sette chilometri di lunghezza ed avere equipaggi formati anche da centinaia di migliaia di uomini.
Questi vascelli sono così colossali che non solo la prua stessa è pensata come rostro, per fare a pezzi le navi nemiche più piccole, ma invece di una più contenuta polena possono persino permettersi di trasportare dozzine di statue di proporzioni ragguardevoli, solo per estetica.
Tuttavia ciò che ha guadagnato alla Macharius – che, raffigurata sia sulla scatola del gioco sia nel fumetto incluso, è subito divenuta l’archetipo delle navi imperiali – la sesta posizione in classifica non sono tanto le dimensioni quanto la linea, al tempo stesso classica e barocca: riesce infatti a unire le navi a vela, l’architettura e la space opera in uno scafo che nell’aspetto ha pure un certo gusto e molto carattere.

7 – I Liners of Space di Julian Krupa (Amazing Stories, 1939)

Più che astronavi, anche nel nome i «Liners of Space» sembrano navi da crociera: con le loro linee tondeggianti e armoniche infatti non solo mostrano tutto il buongusto degli anni Trenta ma evocano anche tutto il fascino dei grandi viaggi di un tempo, un viaggiare comodo e rilassato per mare. Così, comunica l’immagine, nelle infinite distanze dello spazio non ha senso correre e star scomodi in astronavi troppo strette o spartane quando ci sono i Liners che si prendono cura dei viaggiatori.
La parte migliore di queste eleganti astronavi però sono i livelli superiori, tutti di vetro, dalla cabina di pilotaggio al ponte – o salotto – di osservazione: il vero lusso passa per i dettagli.
Aggiunta: a novembre 2019 ho scritto una recensione del racconto di Amazing Stories cui è dedicata l’illustrazione.

8 – La Leif Ericson dell’omonimo kit di montaggio (1968)7-leif-ericson
Scrivono Larry Niven e Jerry Pournelle che il modellino della Leif Ericson è servito d’ispirazione alla MacArthur, l’astronave al centro degli eventi della Strada delle stelle (A Mote in God’s Eye, 1974): questo libro, assai influente nella fantascienza degli anni successivi, affronta il tema del primo contatto – gestito malissimo e risolto in maniera ancora peggiore a causa dell’incapacità dei protagonisti – tra gli umani ed una razza aliena pericolosissima.
Mentre leggevo il succitato volume ho cercato più volte di figurarmi l’aspetto della MacArthur, che dalle descrizioni dei due autori non risultava sempre chiaro: quando ne ho scoperta la derivazione, non ho potuto fare a meno di provare una certa attrazione per questo modellino, che tra l’altro è quasi l’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova fantascienza. La Leif Ericson è infatti una via di mezzo tra i razzi caratteristici fino agli anni Cinquanta e primi Sessanta e le astronavi, molto più attraenti, che hanno iniziato ad affermarsi a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Qui infatti c’è un po’ di entrambi gli stili: la prua cilindrica è chiaramente eredità della vecchia fantascienza ma, altrettanto chiaramente, il corpo è già proiettato verso le linee del futuro.
Nell’insieme, per quanto improbabile – anche scientificamente, mi dicono: ali, alette e stabilizzatori sono inutili nello spazio – la Leif Ericson è una bella nave, dalle linee eleganti ed armoniche: mi piace pensarla più grande però di quello che il modellino lascia intendere.

9 – Le Scout Ship del gioco di ruolo «Traveller» (1977)
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L’aspetto complessivo di queste navi piccole e veloci, destinate a trasportare prima di tutto informazioni da un sistema all’altro, parrebbe derivata direttamente dalla Icarus del film «Il pianeta delle scimmie» ed anzi inizialmente era proprio quest’ultima ad essersi meritata la menzione in questa classifica: solo che purtroppo della Icarus nel film si vede pochissimo, solo il modulo di prua – che evidentemente serve anche da scialuppa di salvataggio – e per di più mentre si sta inabissando nel lago.
Troppo poco, quindi, per farsi un’idea di come doveva essere la nave al completo: ciò che rimane e si vede, pur splendido, non è infatti più un’astronave ma al massimo un velivolo orbitale, che quindi non può trovare spazio in questa lista.
La Scout Ship di Traveller però ne riprende la linea pulita, triangolare (così semplice che è stata copiata anche per le grandi corazzate di Guerre stellari), la rielabora con il gusto di una decina di anni più tardi e la trasforma in una nave bella da vedere, abbastanza spaziosa per viverci a bordo alcune settimane e soprattutto attrezzata per affrontare ogni genere di avventura: ma qui già si entra nel campo dell’immaginazione e dei giochi di ruolo.

10 – Il Galactica del telefilm omonimo (1978)
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Che dire: il Galactica è il Galactica. E parlo della «base stellare» degli anni Settanta, non dello scempio operato nel rifacimento post Duemila, che ha tentato di aggiornarne le linee ma è riuscito solo a trasformare una bella nave in una sottospecie di supposta senza identità propria.
Il Galactica originale ha una linea massiccia e sobria, adatta al suo compito, che poi è quello di una nave da guerra: non ha spuntoni inutili né strati di scaglie ad appesantirla ma presenta un corpo unico con due sole protuberanze, i tubi di lancio dei caccia, che così separati dallo scafo principale possono avere anche un loro senso che va al di là dell’estetica.
Nell’insieme il Galactica non ha certo un’aria minacciosa ma il suo candore e la sua linea pulita lo rendono un prodotto inconfondibile degli anni Settanta.

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